PREFAZIONE
Giuseppe Rienzi
(Presidente dell’Accademia Giuseppe Gioachino Belli e titolare dellaCattedra di Letteratura e Dialettologia presso l’Università Popolare di Roma)
Per alcuni autori, cantare l’Amore (quello con la A maiuscola) è tema prevalente, nelle loro opere. D’altra parte non l’amore che in genere si pone come forza cogente, come principale oggetto d’attenzione sia nella vita che nella poesia, nella letteratura, nella canzone, nella pittura, nella scultura ed in tutte le altre forme espressionistiche delle varie arti?
Per l’amico Antonio Gargiulo no: non è così. Per lui l’amore è la strada maestra, l’esclusivo ed unico punto di riferimento, il sogno ricorrente, i chiodo fisso, l’afflato di vita e persino il soffio della morte. D’altro non parla, e di altro non si occupa, in questa silloge.
E’ questa composta di tre parti essenziali: la prima da alcune composizioni vagheggianti la poesia amorosa; la seconda da altri componimenti fluttuanti verso il bramare e verso la riflessione d’amore; la terza protesa in un viaggio onirico attraverso piccoli “brani” (per dirla con un termine da lui stesso usato) che altro non il sogno perpetuo, unico e pedissequo dell’amore.
Amore come forza dell’animo. Amore come desiderio dell’intelletto. Amore come presenza evanescente e costante nell’aria, nel respiro, nell’amplesso dei sensi, e persino nell’immaginario collettivo. Si potrebbe dire, parafrasando una notsa locuzione di un altrettanto apprezzato conduttore televisivo: L’amore è un sogno, o i sogni aiutano ad amare meglio?
Nel caso di Gargiulo, non v’è alcun dubbio: sono certamente valide entrambe le affermazioni. Ed Anzi, l’una integra e completa l’altra.
L’autore tenta, come hanno fatto molti altri scrittori, di esemplificarlo addirittura interpretandolo come una sorta di sigla punteggiata, laddove ogni lettera sottintende una parola, che è essa stessa componente essenziale per amare: ossia l’armonia, la magia, l’emozione ormai reciproca.
Bisogna oggettivamente ammettere che trattasi un po’ di una forzatura, di una costruzione di questa parola all’interno di un binario stretto e costretto: infatti è intuitivo che l’amore di per se stesso non può e non deve ammettere confini, limiti, barriere o contenitori.
Tuttavia l’armonia, comunque appare evidente a chiunque, è termine e concetto senza cui alcun amore vero può sussistere e durare nel tempo. Così dicasi anche per la magia, che necessariamente deve crearsi tra due anime che si cercano e si incontrano: una specie di molla automatica che deve scattare obbligatoriamente, se si desidera raggiungere l’unione fisica e morale dei corpi e degli spiriti, fra due persone.
E L’emozione, confortata o meno da orpelli, fronzoli, aggettivi o avverbi più o meno sdolcinati, deve essere tutto il resto: finanche quel senso innato ed incomprensibile che spinge a ritornare fanciulli; quel desiderio di dedicarsi l’un l’altro senza pensare più che il mondo continua a girare e che la vita trascorre inesorabilmente, senza tabù e inibizioni, senza null’altro che se stesso: l’amore. Che deve riflettersi, come in uno specchio, negli occhi e nell’animo del partner.
E che cosa può essere l’amico Gargiulo, se non l’ennesimo paladino, l’ultimo postremo difensore, il simbolo sterro dell’amore, in questo volume? Guai se persone come lui non esistessero, e non credessero più in questo glorioso ed impalpabile sentimento: unico veramente capace di volgere e travolgere, di conquistare ed esser conquistato, di assicurare il perpetuarsi di questo dolcissimo ed incantevole sogno che emana realtà da tutti i pori della pelle.
Non a caso Andrea Chenier (noto personaggio e poeta della omonima opera lirica), in un significativo tratto della stessa, trovandosi ospite di una famiglia c.d. “dabbene”, quando viene pregiato di proferire qualche verso per allietare la compagnia di alcune dame da salotto dell’ottocento – Che a mo’ di scherno scommettono che egli, se richiesto, altro non potrà fare che recitare versi d’amore – si dedica con trasporto ad illustrare, poetando, alcuni dei più brillanti versi amorosi tra le proprie composizioni.
E non a caso, così facendo, suscita l’ilarità della opulenta classe nobile, che lo deride proprio per la sua dedizione verso questo ineffabile sentimento.
Ma come risponde Andrea? A sia volta schernendosi dietro un sorriso compiacente? Oppure tentando di sminuire la propria capacità di versaiolo passionale, per non dispiacere alla patrizia compagnia?
Niente affatto! Egli, con cipiglio di un autentico guerriero, indomito e coraggioso, s’arma di parole sferzanti, e sfida i propri Ospiti cantando la notissima romanza “Un di all’azzurro spazio …”.
In questa guardando nello spazio profondo, vedeva prati colmi di viole. Dio regalava amore, ed il mondo stesso sospirava e folgorava d’amore. La Terra era un immenso tesoro, ed il Firmamento il suo scrigno. Dalla Terra fino alla sua fronte saliva una carezza viva, tanto da fargli richiedere – gridandolo – addirittura un bacio, sopraffatto dall’amore. Riuscì a carpire un bacio impalpabile ed immaginario della sua Patria, definita “ divinamente bella ”.
Racconta poi, pieno di sdegno, una sua esperienza che lo vedeva spettatore di fatti riprovevoli: ossia l’immagine di un sacerdote che accumulava doni alla Vergine, restando però contemporaneamente sordo al richiamo di un “ tremendo vegliardo ” che tendeva inutilmente la mano chiedendo un tozzo di pane.
E richiamandosi a questo inusitato ed esecrabile modo di intraprendere l’amore (verso il prossimo) oltre che a qualcuno che lo calunniava addirittura bestemmiando, in modo intemerato, poneva drammaticamente sotto gli occhi delle fanciulle presenti la esecrabile miseria della vita, provocando in loro commozione e lacrime: in un gesto di pietà.
Per cui, concludendo il suo monito, si rivolgeva infine ad una di queste giovinette che gli erano accanto, sussurrandole “ Oh, giovinetta bella, d’un poeta non disprezzate il detto: udite! Non conoscete amor? Amor: divino dono. Non lo schernite! Del mondo, anima e vita è l’Amor .”
Il motore del mondo, non può, infatti, che essere adorato, implorato, desiderato, bramato e custodito gelosamente, con tutte le forze da tutte le persone umane che possiedono un anima. Ed in sua assenza può e deve essere al massimo rimpianto, ricordato come soffio di vita, rigenerato e ricostruito anche più volte, ma mai dileggiato o abbandonato
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Giuseppe Rienzi
(Presidente dell’Accademia Giuseppe Gioachino Belli e titolare della Cattedra di Letteratura e Dialettologia Presso l’Università Popolare di Roma)
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